Il mental coach Civitarese: ‘De Ligt usi Bonucci da stimolo. Piatek? Crede nella maledizione della 9, Ibra si esalterebbe’

Si sono sfidati, in Juventus-Milan. E si sono incrociati parecchio, visto che le zone calpestate sono le stesse. Da una parte, dall’altra Krzysztof Piatek: entrambi al centro delle critiche, per motivi differenti.

Chi si sta adattando, chi non si sta ripetendo; chi ha una nuova realtà in cui imporsi, chi ha un nuovo numero sulle spalle e un nuovo allenatore con i quali non riesce a imporsi. E ne abbiamo parlato chi con la testa dei calciatori ci sa lavorare, Roberto Civitarese, mental coach dei calciatori professionisti. E siamo partiti proprio da Matthijs de Ligt, leader e simbolo dell’Ajax a soli 20 anni e ora ‘tirocinante’ alla Juve, e dalle sue difficoltà. Da cosa sono dovute: “Dal concetto del cambiamento. Qualsiasi cambiamento richiede uno sforzo importante, anche nella vita di tutti i giorni. Usciamo dalla comfort zone per una nuova sfida, ma questo passaggio richiede uno sforzo di adattamento. Non al calcio italiano, ma a una nuova sfida. E’ successo in passato, come Gonzalo Higuain: va al Milan e le cose non vanno, va al Chelsea ed entra in un loop negativo. Quando noi viviamo un cambiamento, sia esso positivo che negativo, non viviamo una situazione semplice. Il contesto cambia, io devo adattarmi al nuovo contesto. De Ligt all’Ajax era il numero 1 e nella sua testa era più carismatico degli altri, più forte degli altri; quando va alla Juve lui non ha più questa identità, cambia il suo essere, non è più il… più, è uno come ce ne sono altri. Questo cambiamento indentitario richiede uno sforzo”. 

Una personalità come Bonucci può essere può d’aiuto o più di ostacolo? 
“Dipende dal valore che tu dai a questa presenza. Se io capisco che il livello è più alto e devo alzare il mio rendimento, posso vedere Bonucci come un riferimento: da me a lui c’è un gap da colmare e lavoro per farlo, tutti i giorni. Diversamente, lo posso vivere in maniera negativa: all’Ajax ero il più forte, ora c’è Bonucci e quindi lo vedo come un ingombro. Dipende da come io vivo la situazione, come elaboro la mia presenza insieme alla sua. Questo fa la differenza. Io, fossi il mental coach di De Ligt, lo utilizzerei in maniera positiva: questo è il livello che dobbiamo raggiungere. Abbiamo uno stimolo per velocizzare il processo di crescita”.  

Altro giocatore in difficoltà, Krzysztof Piatek. Cambiamento clamoroso rispetto alla scorsa stagione. Quel 9 pesa?  
“Il 9 è più scaramanzia. Ci sono due aspetti anche qui, sul numero 9: spesso le persone si adattano all’ambiente dove vivono e se io vado in un ambiente vincente  è probabile che io sia portato ad alzare il mio livello di professionalità; quando vado in un ambiente che fatica, è molto probabile che io mi focalizzi su quelle difficoltà e non sulle mie capacità. L’attaccante pensa solo a fare gol, non pensa alle abilità che ha per fare gol: per questo l’ambiente negativo condiziona il centravanti. Ibrahimovic di fronte alle difficoltà si motiva, perché vuole dimostrare al mondo che è forte: vengo al Milan e ti dimostro che sono talmente forte che ti risolvo il problema.  Tornando alla numero 9, si entra nell’argomento “credenze o convinzioni”. “E’ la ripetizioni delle cose che ti spinge a crederci” diceva Cassius Clay. Questa credenza si trasforma in convinzione profonda e poi le cose accadono, ma lui lo diceva in maniera positiva. Ma vale anche in negativo. Se noi continuiamo a ripetere che la 9 ha una maledizione, chi ha il 9 non segna più, quel concetto diventa una convinzione. Quindi io ho la maglia numero 9 e mi convinco che la maglia numero 9 non ti fa segnare. Entro già con questo pensiero in campo. Aggiungiamo, quindi, alle difficoltà del gruppo questa credenza limitante… e hai due pesi sulla schiena che ovviamente mi zavorrano e mi rallentano le possibilità di dimostrare la mia qualità e il mio talento”. 

Gli farebbe bene cambiare numero?
“Io sono convinto che se potesse cambiare la maglia, probabilmente migliorerebbe le sue prestazioni. Si libererebbe di un peso, un peso che si è creato in testa, non è reale, sappiano che non è il numero di maglia che limita, è quello che io penso rispetto al numero di maglia. Un mental coach serve a questo: nel dare gli strumenti ai calciatori per codificare in maniera corretta e potenziante le informazioni che ricevono quotidianamente. Di fronte a un calciatore che ha la 9 lo porto a pensare: calciare un pallone con la 9 o con la 19 che differenza fa? E lui lì elabora l’informazione: nessuna differenza. Prima abbatto la credenza limitante, poi la faccio diventare una leva motivazionale, cambiandogli quindi il pensiero. Se ho un pensiero positivo sono spinto a fare delle cose in positivo. Se penso negativo, invece, ho un blocco mentale, che mi paralizza”. 

Fonte: CalcioMercatoWeb

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