Moise Bioty Kean: “Che ne sanno i 2000?”

Rispondendo al titolo di una canzone che chiedeva “Che ne sanno i 2000?” mi verrebbe da dire che ne sanno parecchio.
Chi ha visto la fantastica performance dello juventino Moise Bioty Kean, classe 2000 appunto, che venerdì sera ha steso l’Udinese con una doppietta e un rigore procurato la penserà sicuramente come me.

Kean ci ha abituati da tempo a questo tipo di copertine: primo millennials a segnare in serie A, primo millennials ad esordire in Champions, primo millennials a scendere in campo con la nazionale maggiore. Il giovane centravanti italiano, classe 2000, ha tutti i crismi del cosiddetto predestinato.

All’indomani della partita con l’Udinese, La Gazzetta dello Sport ha incensato il 19enne bianconero scrivendo di lui: “Anagramma di Kane, fisico alla Lukaku e ci fermiamo qui (…) ha forza personalità e buona tecnica…” ed incoronandolo come migliore tra i 22 in campo.

Le voci che iniziano a rincorrersi dopo la sontuosa partita, oltre ai già citati complimenti e all’esaltazione generale dei tifosi bianconeri, riguardano invece il risvolto negativo della medaglia.
Il pensiero va inevitabilmente ad un altro ragazzo, attaccante, di origini africane che, dopo i promettenti inizi, ha finito col perdere la strada maestra verso il successo: Mario Balotelli.
Diventa così spontaneo passare dal “Che ne sanno i 2000?” al “Speriamo tenga i piedi per terra”, “Speriamo non si perda per strada” e a tanti altri “speriamo” finalizzati a confermare nel tempo le qualità mostrate fin ora.

Lavoro quotidianamente con talenti in procinto di sbocciare, com’è stato per Riccardo Saponara, Fabio Borini e Khouma El Babacar. Oppure con giocatori che, nonostante le qualità e le aspettative, rischiavano di smarrire il proprio talento, come Lorenzo De Silvestri e Andrea Petagna.
Per questo motivo vorrei condividere pubblicamentre quelli che ritengo 3 punti fondamentali per coltivare un talento e farlo emergere al 100%:

1) Professionalità: alzare costantemente l’asticella.
E’ fondamentale vivere una vita da atleta esemplare, andare oltre il massimo, sempre. Il mangiare bene, riposare e dormire le giuste ore, allenarsi con il massimo impegno sono cose, che per un calciatore professionista, sono il minimo sindacale.
Quando parlo di professionalità mi riferisco al modo di vivere la professione 24h su 24. Un campione è tale sempre, non solo in campo.
Essere un campione è questione di identità. Un campione vive in funzione del raggiungimento dei suoi obiettivi,
programma quotidianamente il lavoro secondo una strategia precisa. Pensa esattamente a ciò che desidera e agisce di conseguenza.

2) Focus sul miglioramento costante. Nei momenti positivi è facile “tirare i remi in barca”. Spesso si è portati a pensare di poter vivere di rendita, sognare facili guadagni, che la strada sia completamente in discesa.
La brutta notizia è che non funziona così, anzi, proprio al contrario. Le aspettative e le attenzioni aumentano e di pari passo dovrà aumentare il desiderio di migliorare, l’attenzione ai dettagli, ai particolari, restando sempre e costantemente focalizzati sul lavoro necessario per mettersi totalmente in gioco.

3) Perseveranza nel lavoro: ho sempre in mente una frase detta da Roberto Baggio qualche tempo fa, “il lavoro è il ponte che costruisce il collegamento tra sogno e realtà”. Chi lavora incontra inevitabilmente ostacoli più o meno grandi. La perseveranza nel lavoro quotidiano diventa il mezzo indispensabile per superare qualsiasi difficoltà, mettere a frutto il talento e realizzare i propri sogni.

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