Vi racconto il lavoro del Mental Coach

A proposito di Mental Coach: Johan Cruijff diceva che “il calcio si gioca con la testa. Se non hai la testa, le gambe da sole non bastano”.

In molti mi chiedono quotidianamente in cosa consista il mio lavoro e se potessi descriverla in una sola parola direi che la mia professione è una missione. Per definizione, infatti, la missione è un’attività svolta con “totale dedizione a favore del prossimo”.

È chiaro quindi che nel mio lavoro il calciatore sia al centro dell’esperienza del coaching, il vero protagonista della relazione. Il coach è uno strumento da utilizzare per acquisire informazioni e abilità che permettano al calciatore di realizzare i propri obiettivi, i propri sogni, la propria vita. 

È a lui, infatti, che dedico gran parte del mio tempo e tutte le mie competenze. È per aiutarlo a superare ogni genere di difficoltà che mi aggiorno costantemente e cerco l’eccellenza. È per andare a casa sua a fare una sessione di coaching che mi alzo presto alla mattina e faccio decine di migliaia di chilometri ogni anno. È per ascoltare le sue esigenze che spesso mi trattengo a cena con lui e rientro a casa a notte fonda. È per vederlo giocare dal vivo che giro l’Italia in lungo e in largo. 

Tutto questo, per me, significa dare importanza e valore all’individuo, alla persona ancor prima che al calciatore.

Ovviamente l’efficacia di questo rapporto professionale è data dai risultati che il calciatore ottiene sul campo. Goal, assist, rigori parati, convocazioni in nazionale, vittorie e trofei sono solo alcuni degli obiettivi concreti e misurabili che i calciatori vogliono raggiungere e per i quali chiedono a me gli strumenti più efficaci per realizzarli rapidamente. Ed è qui che inizia la sfida, il nostro percorso verso il successo.

Guarda il video: L’importanza del cervello per avere un calciatore completo

Un cammino sicuramente faticoso, pieno di insidie e difficoltà, che richiede da parte del calciatore pazienza e perseveranza, dedizione e sacrificio. Un percorso che coinvolge oltre che l’aspetto mentale anche quello emozionale, oltre la testa anche il cuore.

Ed è così che il rapporto professionale spesso si trasforma in un’amicizia profonda e sincera. Un’amicizia che regala emozioni fortissime come quando un calciatore ti chiede di aspettarlo a fine partita per regalarti la maglia della finale appena disputata, oppure la maglia del debutto in serie A con una dedica che a stento trattieni le lacrime.

Emozioni forti, intense, come quella di leggere inaspettatamente sulla Gazzetta dello Sport Lorenzo De Silvestri, difensore del Torino con un trascorso in Nazionale, che racconta i tempi difficili che lo hanno portato ad odiare il calcio e la sua rinascita: “Ho adorato il calcio, ma mi è capitato di odiarlo quando non giocavo o quando davo meno di ciò che potevo. Oltre alle esperienze, mi è stato d’aiuto avere da diversi anni un mental coach, Roberto Civitarese. E ora ammetto che il calcio un po’ lo odio, ma non potrei farne a meno. E ogni volta non vedo l’ora di scendere in campo“. 

C’è ancora molto da fare per aiutare le persone a capire la reale essenza del lavoro del Mental Coach, ci sono ancora molte sfide da vincere per far tornare il sorriso a tanti giocatori che non riesco più ad esprimersi come vorrebbero, che non riescono a realizzare i propri sogni. La strada ormai è aperta e abbiamo il dovere di percorrerla insieme a tutte quelle persone che credono ancora che i sogni esistono per essere realizzati.

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