Mental coaching: la giusta mentalità per affrontare una Big

Lo sappiamo da sempre. Esiste un meccanismo mentale capace di sovvertire i pronostici. Un approccio in grado di far vincere gli sfavoriti. Davide che batte Golia, i greci che respingono i Persiani nella battaglia delle Termopili. Sono i cosiddetti underdog, gli sfavoriti se traduciamo letteralmente, di cui la storia è piena. E lo è anche il calcio, con vere e proprie sorprese in grado di emergere contro ogni aspettativa. La Grecia campione d’Europa nel 2004, il Leicester campione d’Inghilterra nel 2016 o il Liverpool vincitore della Champions League nel 2005 dopo essere andato sotto di tre reti sono solo i casi più eclatanti.

Ma cosa scatta nella mente di un “piccolo” per andare a battere un “grande”? Vediamolo insieme.

La prima cosa da sottolineare è che il nostro cervello funziona esattamente come una telecamera: direziono l’obiettivo verso un determinato punto d’interesse e la mia mente inizia a registrare immagini. Si chiama focus ed è l’elemento al centro di questo meccanismo. È questo che devo posizionare sull’obiettivo che voglio raggiungere.

Quando mi approccio a sfidare una squadra sulla carta più forte, la mia mente il più delle volte va alle caratteristiche dell’avversario. Questo è sbagliato. Il focus, come lo abbiamo definito in precedenza, deve essere orientato sulla mia squadra, sulle mie caratteristiche positive e sulle mie aree di miglioramento.

Devo cercare di dare valore ai miei punti di forza. Quali sono le caratteristiche che mi hanno portato qui? Per quale motivo tutti stimano il mio percorso? Il mio pensiero deve andare su elementi positivi, che sviluppano a loro volta pensieri positivi sulla sfida che sto per affrontare.

La seconda cosa da fare è analizzare le mie aree di miglioramento, ovvero quelle situazioni o caratteristiche che non mi hanno dato soddisfazione nelle ultime occasioni. Li analizzo, sempre con pensieri positivi, e cerco di capire come migliorarli in vista della prossima gara.

Ultimo punto, ma fondamentale, è la strategia. Devo studiare a tavolino un piano d’azione efficace non tanto legato al battere l’avversario (l’evidente superiorità dell’avversario potrebbe innescare in me pensieri negativi), quanto funzionale al come poter esprimere al meglio il mio potenziale, migliorando gli aspetti che non mi hanno dato piena gratificazione in precedenza.

Arriva quindi il momento della partita, in cui mi serve la massima concentrazione sulle mie potenzialità, sulle mie possibilità, sul mio gioco e sulle mie qualità, con la ferma convinzione che il risultato sarà la conseguenza naturale di questo processo.

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