La furia di Ibra dopo la sostituzione. Come gestire queste reazioni?

Minuto ’61 di Napoli-Milan, gara valida per la 32esima giornata di Serie A.

Sul risultato di 2-1 per i padroni di casa, Stefano Pioli sostituisce Zlatan Ibrahimovic con Rafael Leao. Lo svedese prende male il cambio e prima di sedersi in panchina prende a calci una bottiglietta.

Una situazione di tensione smorzata in conferenza stampa dall’allenatore, che ha dichiarato: “A parte che è normale che si arrabbi, non si è arrabbiato per il cambio, ma perché potevamo fare meglio in alcune situazioni, potevamo giocare meglio e anche lui può fare di più. A fine gara era serenissimo, ci vuole dare una mano fino alla fine come vogliamo fare tutti”.

Frasi di circostanza per un episodio, quello della reazione nervosa a un cambio, che siamo abituati a vedere spesso. Non solo in Italia.

Per analizzare la situazione partendo dall’episodio di ieri sera, è necessario prendere in esame le due posizioni coinvolte. Quella dell’allenatore e quella del giocatore.

Partiamo dalla prima.

Il tecnico è colui che ha il compito specifico di mettere in campo la miglior formazione possibile per affrontare la sfida di giornata e portare a casa un risultato positivo. La sua è una visione a 360 gradi focalizzata sul gruppo, che è il soggetto che interessa a lui. È innegabile che il gruppo sia formato da 11 singoli, ma la scelta del modulo, di formazione e le sostituzioni spetta a lui, al fine di far esprimere al meglio al propria squadra.

Ovviamente anche le sue scelte possono essere discutibili.

La scelta di quali correttivi fare in base all’andamento della partita, però, è sua competenza.

Da professionista mi capita spesso di lavorare con giocatori che vivono questo tipo di situazione: o fanno parte delle cosiddette “seconde linee” o vengono sostituiti nel corso della gara. È una situazione che mi trovo ad affrontare nel quotidiano.

Ma qual è il punto di vista del calciatore?

Il giocatore, a differenza dell’allenatore, ha una visione in primis su se stesso e poi sul gruppo.

Partendo dal presupposto che ogni uomo in campo debba dare il massimo, bisogna ricordare che il gruppo è composto da 11 singoli ed è la somma di questi che crea il gruppo.

Il giocatore richiamato in panchina nel corso della gara, deve fare una piccola analisi del proprio operato, guardando se stesso e la propria prestazione.

Ho dato tutto quello che potevo dare? Potevo fare meglio? Ci sono aree di miglioramento?

Se la risposta è affermativa, accetto serenamente la decisione e la rispetto. Se riesco a individuare delle aree di miglioramento ho due strade: mi concentro sulla scelta del mister, alimentando un pensiero negativo, o mi concentro su cosa posso fare da domani per migliorare quelle aree.

Ovviamente, in occasione di un cambio, la situazione si complica vista la presenza della tensione e dell’agonismo. 

È importante che il giocatore si focalizzi sulla qualità della prestazione, non sulla quantità. Un giocatore viene misurato per la qualità delle prestazioni, non per i minuti giocati. Ovviamente se gioco per 90 minuti ho più tempo per dimostrare le mie qualità, ma queste non sono legate al tempo. La qualità è dettata dalla mia capacità di interpretare ogni singola azione.

Il mio suggerimento è quello di rispettare sempre le scelte fatte dall’allenatore, perché partono da una visione di gruppo che solo lui può avere.

Quando hai dato tutto e sei chiamato a lasciare il posto a un compagno, è lui che ha il compito di dare una mano alla squadra. Tu devi uscire e sperare che la sostituzione sia a vantaggio della squadra.

Questo discorso vale anche per chi subentra dalla panchina: chi parte fuori deve avere la tensione alla gara anche se entra a cinque minuti dalla fine. Deve farsi trovare pronto e dare il massimo quando e se chiamato in causa.

È importante avere sempre la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso e la saggezza di conoscere la differenza.

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