Le parole di Alvaro Morata spiegate dal Mental Coach

Giovane promessa nel Real Madrid, punto di riferimento nella Juventus di Massimiliano Allegri, il ritorno in Spagna, le difficoltà al Chelsea, l’avventura all’Atletico Madrid e ora di nuovo alla Juventus. Si può raccontare così, velocemente, la carriera di Alvaro Morata, tornato in bianconero negli ultimi giorni di mercato per rinforzare il reparto offensivo di Andrea Pirlo e diventato, partita dopo partita, sempre più indispensabile per il club.

La positività al Covid di Ronaldo ha proiettato lo spagnolo in testa alle gerarchie dell’attacco juventino. Occasione sfruttata al massimo: 3 gol in 4 giorni contro Crotone e Dinamo Kiev e tifosi che si sono riscoperti innamorati dello spagnolo.

A far discutere di più, però, sono state le parole che lo stesso Morata ha usato con l’emittente ABC nel post partita di ieri.

Dichiarazioni che fanno riflettere, tipiche di tutti gli atleti che, dopo aver ottenuto i primi benefici, decidono di confessare di essersi fatti aiutare in un momento di difficoltà. Analizziamole nel dettaglio.

Nella carriera di ogni calciatore c’è un avvenimento esterno che porta a una problematica. Nel caso di Morata, come dichiarato da lui stesso, questa è identificabile con il passato, fatto sì di grandi soddisfazioni ma anche di pesanti insuccessi che hanno minato la sua stabilità emotiva. 

Dopo un buon percorso si creano sempre delle aspettative, che un periodo, una partita o un episodio negativo rischiano di rovinare, portando l’atleta a focalizzarsi sull’errore, alimentandolo e costruendo una realtà negativa da cui poi è difficile uscire.

Morata ha dichiarato di aver sempre negato il problema.

Perché? Perché si fa fatica a riconoscere, guardandosi allo specchio, che le cose che non stanno funzionando dipendono direttamente da noi. 

I litigi di cui parla l’attaccante altro non sono che la ricerca di alibi e la caccia al colpevole che spesso avviamo nello scaricare la responsabilità di quello che siamo vivendo sugli altri.

Così facendo è inevitabile arrivare a quello che io chiamo il punto zero. Il momento, che vivono tantissimi calciatori, in cui si arriva a un passo dallo smettere di giocare. Il pensiero ruota attorno alla realtà negativa, la responsabilità è degli altri e quindi io, che non posso fare nulla per cambiare le cose, smetto.

È qui che ci si trova davanti a un bivio. Qualcuno smette, qualcuno invece capisce di aver bisogno di un aiuto. Ha la necessità di avere qualcuno che gli indichi la strada. È qui che scatta la vera assunzione di responsabilità. Capisco che il cambiamento deve partire da me stesso e, se non ho gli strumenti per affrontarlo, vado a cercarli. Dove? Da un professionista che me li possa fornire. Ognuno poi sceglie la figura che più lo aggrada: psicologo nel caso di Morata, ma anche Mental Coach e motivatori.

La vergogna che si prova nell’ammettere di aver bisogno di aiuto è un grandissimo equivoco. Nella vita, ciò che siamo fa parte dell’evoluzione del nostro essere: per imparare le cose ci siamo sempre affidati agli altri. Chi si fa aiutare non è un debole: non è un debole chi legge un libro scritto da un altro, chi compra frutta e verdura coltivata da altri, chi va dal meccanico ad aggiustare la macchina. Così come non è debole un calciatore che per uscire da una situazione negativa attinge da informazioni date da un professionista e le usa.

Il calciatore in questo modo si assume la responsabilità di cambiare, accede agli strumenti dati da un professionista e li applica quotidianamente.

Quando lavoro con i calciatori, loro mi chiedono gli strumenti e io glielo do. La difficoltà però è avere la costanza di utilizzarli tutti i giorni.

Quella che viene considerata una debolezza io la considero una forma di grande intelligenza.

Per fare un salto di qualità di questo tipo ci vuole forza e coraggio.

È un salto culturale e bisogna cominciare a guardare alle persone che migliorano e si fanno aiutare come a delle persone coraggiose e intelligenti, che vanno ammirate e prese a esempio. Proprio come Alvaro Morata.

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