La sconfitta di Sarri e la vittoria della motivazione

La sconfitta di ieri sera contro il Napoli in finale di Coppa Italia ha portato a galla, ancora una volta, i limiti e le difficoltà di Maurizio Sarri nella gestione dello spogliatoio. Il risultato finale incorona la squadra di Gattuso, un’analisi più attenta però lascia emergere la netta vittoria di un approccio motivazionale su uno prettamente tattico.

Maurizio Sarri è riconosciuto, a livello mondiale, come un professionista dell’organizzazione di gioco. Un merito che si è costruito da solo negli anni. I tifosi a Empoli, Napoli e Londra lo sanno bene. Ma non basta.

L’allenatore deve essere anche un motivatore. Gli schemi nel calcio moderno non bastano più. Bisogna lavorare sulla testa dei giocatori, perché è da lì che parte tutto.

Tralasciando l’aspetto fisico-atletico (in mano ai preparatori), la tattica e l’aspetto motivazionale sono i due punti cardine a carico dell’allenatore. Nel caso di quello bianconero, però, è evidente che manca un equilibrio. Troppo sbilanciato sull’aspetto tecnico tattico dicono gli addetti ai lavori. Ed è così che viene meno l’efficacia di un lavoro motivazionale.

Il suo puntare forte sull’innovazione di gioco lo ha portato inevitabilmente a trascurare questo aspetto. Ma non c’è da meravigliarsi. I segnali sono sempre stati piuttosto chiari: come quando, dopo aver lasciato Napoli, disse di avere come unico obiettivo quello di strappare il contratto della vita. Ovviamente alludendo a vantaggi economici. E così è stato. Prima al Chelsea a poi alla Juventus. Il suo obiettivo dichiarato non è mai stato quello di andare in un club più competitivo per vincere, ma per andare a guadagnare di più. Obiettivo, bisogna dirlo, più che raggiunto con i 6 milioni netti a stagione strappati alla Juventus. Ma come a Napoli, anche a Torino a Sarri manca un obiettivo vincente.

Nella conferenza stampa di rito prima della finale, quando gli è stato detto di non essere un allenatore vincente, lui ha reagito stizzito, arrabbiandosi con i giornalisti. La risposta migliore invece sarebbe stata: “I risultati dicono che non ho vinto? Io sono qui per questo. Per vincere”.

Quando lavoro con i calciatori, molti di questi stanno vivendo momenti di difficoltà legati alle più svariate motivazioni. Quando sento parlare di loro, con qualcuno che li definisce persi, non mi preoccupo perché nella mia testa ho già la visione a 1-2 anni. Bisogna avere in testa un obiettivo vincente e perseguirlo. È fondamentale per ottenere il risultato finale. Sarri questa attitudine non ce l’ha. Non parla mai di risultati, ma di bel gioco, dove lui è sicuramente più sbilanciato.

Il paradosso della sua carriera è stato sicuramente quello di andare alla Juventus, che invece ha come imprinting l’esatto contrario: vincere è l’unica cosa che conta. L’errore è stato quello di prendere Sarri e incastrarlo in una realtà come quella bianconera, che ha un approccio alla sfida completamente diverso. Probabilmente pensavano che si sarebbe adattato a questo, ma così non è stato.

Non ci sono tantissimi esempi di allenatori in grado di innovare e, al tempo stesso, motivare. Uno di questi però è sicuramente Arrigo Sacchi

Sacchi ha da sempre impostato la sua carriera e i suoi contratti sugli obiettivi: dal Rimini al Milan. Ed è un meccanismo che ha funzionato. 

Ovviamente bisogna trovare un obiettivo stimolante, quasi folle, e mettere in atto tutta una serie di azioni finalizzate al raggiungimento di quell’obiettivo. Giocare bene, come fa Sarri, non è un fine, ma deve essere un mezzo per raggiungere i risultati.

Come può uscire Sarri sa questa situazione?

Sarri non è in grado di uscire da questa situazione da solo perché c’è pochissimo tempo. Cambiare un atteggiamento è un lavoro lungo. Quando inizio a lavorare con un calciatore i risultati non sono immediati. A volte arrivano velocemente dei segnali, sì, ma i risultati richiedono del tempo. Sarri ha contro anche il fatto di avere 61 anni, le sue convinzioni, a differenza di un allenatore più giovane, sono fortemente radicate. È difficile che possa quindi cambiare da solo.

Chi può aiutarlo?

Sicuramente la società. Dal presidente Agnelli, che ha dimostrato di essere un vincente, a Nedved, che ha vinto tanto in carriera, passando per la dirigenza nella figura di Paratici. Loro possono aiutare Sarri a uscire da questa situazione.

Come?

Attraverso un percorso fatto di 3 step importantissimi:

– Definizione degli obiettivi ritenuti decisivi e determinanti per considerare quella della Juventus una stagione positiva. Quindi Campionato e Champions.

– Assunzione delle responsabilità. Dati questi obiettivi, indagare con i giocatori la loro disponibilità a mettersi in gioco per raggiungerli. In questo caso il loro cervello elabora quella informazione e loro si prendono un impegno nel lavorare su quel risultato.

– Stabilire una strategia. Cosa si può fare per raggiungere questo risultato? Mettere i giocatori nelle condizioni di rendere al massimo, attraverso la tecnica individuale  e un modulo tattico adeguato.

I risultati sono la conseguenza di un processo che parte dalla mente. Sempre. Perché, come dice Vince Lombardi: “Vincere non è un episodio sporadico, è una cosa di sempre. Non vinci una volta ogni tanto, non fai bene le cose una volta ogni tanto, le fai bene sempre. Vincere è un’abitudine. Sfortunatamente lo è anche perdere.”

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